Come scegliere un social media manager (e cosa nessuno ti dice prima)
Sono anni che faccio questo lavoro e ogni volta che arriva un progetto nuovo, o un’azienda che opera già da tempo, ritrovo la stessa scena: chi deve scegliere un social media manager non sa bene cosa guardare. Non è superficialità. Quasi sempre manca la parte tecnica, cioè come funziona davvero il social media marketing e cosa vuol dire presidiare le proprie piattaforme.
Partiamo dal punto fermo: l’obiettivo è vendere il proprio prodotto o servizio. Detto questo, il social media marketing è solo una piccola branca del digital marketing, e il digital marketing è solo un pezzo del marketing in generale. Il che significa che, a seconda di cosa vendi, il canale social da solo spesso non basta. Servono altri canali, come per esempio la mail e le campagne pubblicitarie, che affiancano i social ma hanno una dinamica molto diversa da quella del feed.

Cosa succede davvero mentre una persona scrolla
I social sono il posto dove l’attenzione è poca e arriva solitamente in un momento di svago. La persona scorre un contenuto dopo l’altro, in treno, sull’autobus, mentre sta facendo altro. Questo ci dice molto sulle dinamiche di queste piattaforme e sul perché l’esposizione deve essere costante e continuativa.

Ci sono parecchi studi di psicologia sociale che lo dicono chiaramente: prima di compiere un’azione, o anche solo prima di iniziare a considerare un brand, una persona deve essere esposta più volte a quel contenuto. Meglio ancora, a una serie di contenuti che, se progettati bene, la portano a capire pezzo per pezzo chi sei, quale posizione occupi, che vantaggio ha nel seguirti. Poi, alla fine, arriva la decisione di acquisto.
Fanno eccezione i prodotti da pochi euro, dove l’acquisto è compulsivo e immediato. Ma se vendi qualcosa che supera la decina di euro, una persona che ha mostrato interesse per un tuo contenuto non te la puoi permettere di perdere. Non se vuoi convincerla che sei tu la soluzione migliore al suo problema, tra i tanti che fanno la stessa identica cosa.

Contenuti organici e campagne: il binomio che regge tutto
Cosa vuol dire “organico”
Organico è tutto quello che pubblichi senza metterci un euro di pubblicità dietro: il post, il reel, la storia, il carosello che escono sul tuo profilo e vengono mostrati dall’algoritmo a chi ti segue e, se va bene, a qualcun altro. È il contrario dello sponsorizzato, dove sei tu a decidere e a pagare per stabilire chi vede quel contenuto.
La differenza pesa, e si vede proprio sul punto di prima. Con gli strumenti di insight e di tracciamento posso decidere di mostrare più annunci solo alle persone che hanno interagito con un reel, che sono passate da una pagina del sito, che hanno visitato il profilo Instagram. Solo a loro, non a tutti gli altri che non hanno mostrato nessun interesse. Già da qui si capisce quanto la parte pubblicitaria sia essenziale.

Perché l’organico da solo non ce la fa? Ci sono modi per posizionare i contenuti, gli hashtag e tante altre piccole tecniche, ma non c’è nessuna garanzia che il contenuto successivo venga rivisto dalla stessa persona. E, cosa peggiore, non è affatto detto che le persone nuove che raggiungi con i tuoi contenuti siano davvero interessate a quello che vendi.
Più passa il tempo, più mi convinco che questo binomio vada orchestrato in modo costante: campagne pubblicitarie e contenuti organici insieme. Anzi, la cosa migliore sarebbe sponsorizzare anche i contenuti organici verso un pubblico che ha già interagito con una campagna pensata per acquisire nuove persone.

Quando i social non bastano, c’è la mail
In certi casi anche il binomio non basta. Per alcune aziende e alcuni settori la mail resta un canale fondamentale, anche se in molti pensano il contrario. Una persona arrivata grazie ai social può continuare a ricevere contenuti pertinenti, pensati per lei, che nel tempo la accompagnano fino all’acquisto.

Il momento zero della verità
Se guardi bene come le persone si informano oggi, saper combinare e gestire la propria presenza su più canali diventa ancora più importante. Google gli ha dato un nome già nel 2011, con l’ebook di Jim Lecinski: momento zero della verità, ZMOT.
È l’istante in cui una persona, prima di entrare in un negozio, prima di aprire il tuo sito, prima di parlare con un venditore, va a cercare. Digita su Google, guarda un video, legge le recensioni, chiede dentro una community. Lì si forma un’idea e scarta delle opzioni. Prima esisteva lo schema stimolo, poi l’incontro con il prodotto sullo scaffale, poi l’esperienza d’uso. Oggi in mezzo c’è questo passaggio di ricerca, e chi non è visibile e credibile in quel momento, semplicemente, non esiste.

Non te lo racconto per riempire l’articolo di sigle. Lo dico perché un social media manager deve avere chiare queste dinamiche. Nel momento in cui i due post costanti a settimana non portano risultati, deve sapere dove intervenire e trovare soluzioni. Altrimenti resta a guardare il calendario editoriale e a sperare.

Cosa guardare davvero prima di scegliere un social media manager
Per questo, quando vedo aziende e progetti nuovi mettersi a scegliere un social media manager, quello che dovrebbero andare a vedere non è tanto la capacità di fare un bel reel o una bella grafica. Certo che hanno un valore, ci mancherebbe. Ma servono anche esperienze trasversali, perché pensare di basare il proprio business solo sul social media marketing è utopia. E questo pur avendo visto il percorso che fanno le persone, e quanto conti che chi ti incrocia sui social trovi sempre contenuti freschi che gli ricordino chi sei, cosa fai e perché gli conviene venire da te.
L’esperienza, meglio se dentro le aziende
Il primo criterio è l’esperienza, e meglio ancora se maturata in contesti aziendali. Dentro un’azienda ci sono mille esigenze diverse e più strutturate, quindi un’esperienza di quel tipo è indice di qualcosa di buono. Poi guarderei i canali usati e la capacità tecnica di creare contenuti, e un portfolio ricco di casi di lavoro veri, fatti per aziende, che vanno controllati uno per uno. Ripeto: non fermiamoci a guardare come ha fatto il video o come non l’ha fatto.
Se sono un imprenditore, devo mettermi in testa che le esigenze per far crescere il business possono essere complesse e articolate. L’ideale sarebbe avere più figure che fanno bene una cosa sola, invece di una figura unica che fa un po’ di tutto. Oppure una persona con anni di competenza alle spalle, che però a quel punto va pagata in modo adeguato, altrimenti si complica.

Il prezzo dice qualcosa, ma non quello che pensi
Chi ti chiede prezzi bassi si sta adattando al mercato, ed è legittimo, ma non ti garantirà il massimo dei risultati. Più competenze chiedi, più quelle competenze vanno pagate. Scegliere un social media manager solo in base al prezzo, pur avendo riconosciuto le competenze, è un criterio debole. Le competenze, per me, sono un portfolio pieno di esperienza e di casi aziendali verificabili.
Poi c’è la persona, e non è un dettaglio
C’è un’ultima cosa che secondo me non è affatto scontata: insieme alle competenze conta la persona. Lavorare con qualcuno con cui puoi confrontarti, in un confronto sano, dentro un bel rapporto lavorativo, arricchisce il lavoro e costruisce fiducia. Come in tutti i rapporti. Anche questo elemento dovrebbe pesare nella scelta.

Io, per esempio, quando collaboro con un’azienda sono felice di sentirmi in qualche modo un pezzo di quell’azienda, del progetto. Me lo prendo a cuore, perché ogni prodotto e ogni idea imprenditoriale porta con sé sacrifici, credenze e passione, esattamente come succede nel mio lavoro. Meritano rispetto, e per me non è un aspetto secondario.
Se stai cercando la persona giusta
Se stai valutando a chi affidare i social della tua azienda e non vuoi sbagliare, guarda come lavoro con le aziende che seguo. Oppure prenota una consulenza gratuita: mezz’ora in cui guardiamo insieme i tuoi canali e ti dico, senza girarci intorno, cosa serve davvero al tuo progetto.